Dalla complessità alla meditazione

Se questo articolo dovesse risultarvi ostico la cosa non mi sorprenderebbe. È ostico per me scriverlo. Unire le varie sequenze mentali che si fanno strada nella mente è difficile persino per me che scrivo. Fondere e mettere insieme è un processo delicato si rischia spesso di cadere nella confusione; ma unire, integrare, sintetizzare, sono le modalità che mi sono care.

Già perché il pensiero che mi frulla nella testa mi si è presentato spesso.

La caratteristica della conoscenza così come viene presentata è un processo esattamente contrario. Per conoscere e insegnare si adotta un meccanismo che divide l’oggetto di interesse in parti più piccole e facili da gestire. Il flusso costante di reazioni biochimiche della vita viene suddiviso in reazioni sequenziali che servono ad identificare le fasi di un processo. Un’organizzazione, per funzionare, deve affidare mansioni specifiche a singoli operatori o gruppi. Cosa resta dopo che si è analizzata una sequenza di reazioni biochimiche o il diagramma di una organizzazione? Sovente (concentrati sui singoli passaggi) la magia della vita cellulare e organica, la funzione e lo scopo di una organizzazione sono andati perduti.

Mi sono chiesto come mai l’umanità perda così frequentemente la sua direzione. La storia è piena di buone intenzioni finite male. La rivoluzione francese termina nel terrore, la rivoluzione industriale nell’estraniazione degli operai, la teoria della relatività in un’esplosione, la farmaceutica in un mercato privo di scrupoli.
Molte organizzazioni di tipo umanitario gestiscono fondi molto ricchi, ma riescono a devolvere al loro scopo solo quantità minime di questi fondi, i restanti dei quali rimangono oggetto di spreco nei protocolli e nelle articolazioni delle associazioni stesse. La concentrazione sui dettagli e sulla diversificazione assorbe (male intenzioni a parte) più energia di quanta ne da. Sezionato il corpo umano nelle sue parti e nei suoi sistemi, si perde la visione di insieme e la medicina finisce per curare i sintomi, divisi ed etichettati, invece del malato, che è un unico di processi splendidamente coordinati e intersecati. Talvolta appaiono tentativi di integrazione, ad esempio la PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia) ma restano relegati ai margini per poter mantenere quanto già in funzione. Eh già perché il potere, medico, sociale, istituzionale, si auto preserva indipendentemente dalle ragioni per cui è stato creato.

Unire richiede energia spinta in un processo di volontà. Dalla storia del pensiero sappiamo che crescere va in questa direzione. Hegel identifica un processo che procede per tesi e antitesi, quanto di più separato si possa immaginare, verso la sintesi. Esiste una conoscenza, un modello, che unisce e non divide. Integra le diversità e ne fa tesoro. Perché quell’energia investita nella volontà sembra tornare aumentata da questo processo.
In un testo molto interessante di psicologia junghiana sono presentati gli archetipi che dominano l’umanità maschile. Questi archetipi sono il re, il guerriero, il mago e l’amante. Nel testo si evince la caduta dell’uomo moderno in uno stato dominato dall’immaturità adolescenziale di questi archetipi. Questa situazione è identificata come dovuta alla fine dei riti di passaggio e alla pressione dei sistemi di potere al mantenimento dell’uomo in una più gestibile condizione di pre-maturità. Gli stati adolescenziali di questi archetipi sono caratterizzati da un dipolo emotivo, l’archetipo oscilla tra due condizioni apparentemente opposte. Lo stato di maturazione nell’universo maschile si ha con l’acquisizione della capacità di integrare queste emozioni opposte. Così l’archetipo del re oscilla negli uomini tra il tiranno e l’inetto, anziché esprimere il potenziale maturo dell’archetipo come organizzatore e apportatore di benessere. Il guerriero adolescente, invece di esprimersi nella persona come modello del dharma, che affronta la vita guardandola in faccia e puntando in avanti, oscilla tra i due opposti di sadismo e masochismo, non trova spazio dentro di se per l’imperativo categorico di Kant e sfocia in violenza prevaricatrice o passività sottomessa. Il mago interiore dovrebbe apportare consapevolezzaygyg e introspezione e invece pendola tra la personalità manipolatrice e l’innocente autoreferenziale che nicchia ai suoi doveri introspettivi e di comunità con gli altri. L’archetipo dell’amante nello stato adolescenziale si muove tra uno stato compulsivo di dipendenza, con aspetti distruttivi e autodistruttivi, e quello di impotenza, una condizione di distacco emotivo, anaffettività e carenza di entusiasmo, il tutto a discapito della capacità matura di sentirsi a proprio agio nel proprio corpo e consci delle proprie capacità di percezione attraverso i sensi.

Lo yoga procede sul percorso di unione e integrazione degli opposti. Negli yoga sutra, Patanjali, delinea la visione olistica e il percorso per integrare le varie parti. Non manca di descrivere ed etichettare, ma poi integra e indica il processo di sintesi.

Spesso lo yoga è definito come ashtanga o dotato di otto parti. Yama, niyama, asana, pranayama, pratyahra, dharana, dyana, samadhi. Si passa quindi dalle regole sociali a quelle collettive, per passare poi alle posizioni del corpo, al controllo del respiro. Queste prime quattro parti sono tecniche e precetti. Qualcosa che può essere insegnato e imparato senza particolari difficoltà. Ma poi si aggiungono il controllo dei sensi, la concentrazione, la meditazione e lo stato sublime. Per quante tecniche vi siano, queste quattro attività sfuggono ad una qualsiasi forma di definizione univoca. Devono essere sperimentate, sono una forma di integrazione. In particolare la meditazione è l’arte più educativa. Rivolgere l’attenzione sui propri sensi interni si impara anche attraverso le asana ed il pranayama. Concentrarsi intensamente è sperimentabile in molte delle pratiche suggerite. Ma con dhyana entriamo in un territorio nuovo. Una delle definizioni della meditazione è la capacità di rimanere concentrati su più stimoli percettivi contemporaneamente per un tempo prolungato. Virtualmente concentrati su tutto. In un tale stato, il flusso di dati non può essere elaborato ma solo esperito. Ed ecco che il mormorio interiore cede il passo al fiume in piena dell’integrazione nella realtà complessiva della nostra individualità. Siamo uno con tutto. Il cervello non può gestire questa condizione e come mi insegnò una mia maestra ad aprirsi in questa situazione è il cuore. Il risultato dell’investimento di volontà in questo modo è superiore all’energia esercitata per mantenerla. Siamo cresciuti in consapevolezza. È per questo che ho deciso di trovare il tempo e il modo di dedicarmi a questo aspetto.
Namaste